Correva l’anno...Già, correva l’anno 1946 e San Benedetto dei Marsi l’anno prima, realizzando l’antica aspirazione popolare ardentemente e “cocciutamente” sostenuta dal medico anarchico Francesco Ippoliti, aveva conseguito l’autonomia comunale. Dopo il distacco della frazione dal Comune di Pescina, il primo appuntamento importante era quello delle elezioni amministrative. Dall’emanazione del decreto legislativo che riconosceva le ragioni della sospirata autonomia e fino alle elezioni amministrative, il maestro delle elementari Ferrero Caniglia – uomo onesto a cui l’intolleranza di alcuni facinorosi faceva pagare il suo essere di fede protestante – era stato incaricato dal prefetto dell’Aquila di reggere il neonato Comune con una sorta di mandato commissariale. Le elezioni comunali, le prime dopo la caduta del fascismo e la liberazione dell’Italia, furono per noi giovani un vero “battesimo” di democrazia. Ci tuffavamo su ogni foglio, su ogni libro, su ogni documento, su ogni fonte informativa per capire quel che era accaduto e le scelte che dovevamo compiere. Dovemmo imparare ad avere delle idee, ad esporle, a confrontarci con gli avversari. Riuscivamo a supplire all’avarizia dei mezzi con la ricchezza della nostra passione. Ho usato la locuzione “noi giovani”.
Chi volesse frugare tra le carte della biblioteca comunale, vi troverà
due foglietti, chiamati “fac.simile”, con la lista, in ognuno, dei
candidati nei due schieramenti in quella tornata elettorale. Osserverà,
scorrendo i nomi, che di quei candidati solo due sono ancora in vita: il
sottoscritto e il prof. Sebastiano Simboli. Le liste erano due: quella
di centro-destra con un contrassegno che portava nel cerchio lo scudo
crociato della Democrazia Cristiana e la bandiera tricolore del Partito
Liberale Italiano; quelle della sinistra unita che portava nel cerchio
il Sole nascente. Capolista della prima era Giovanni D’Arpizio, maestro
delle elementari e piccolo faccendiere locale dell’amministrazione
Torlonia; capolista della seconda era il sottoscritto con la piacevole
circostanza che il mio cognome appariva due volte: una volta come
capolista e una volta nella denominazione del partito di destra il quale
aveva nella compagine governativa, di cui era presidente Ferruccio
Parri, il vice presidente Manlio Brosio. Proprio questo ministro
liberale l’anno prima era venuto a San Benedetto ad una festosa
manifestazione pubblica per solennizzare l’avvenuta conquista
dell’autonomia comunale. Fu in effetti Manlio Brosio ( a cui il Comune
dovrebbe intitolare, per legittima riconoscenza, una strada o una
piazza) il riferimento decisivo per il successo della iniziativa
autonomistica. Il collegamento era assicurato dal giovane avvocato Nelio
Cerasani (tutti in paese lo chiamavano Nello, contravvenendo alla
esatta dizione anagrafica di Nelio) in quanto responsabile locale dello
stesso partito dell’On.Brosio che le donnette del paese, non aduse ai
nomi difficili, ribattezzarono disinvoltamente come Ambrogio.
L’iter per l’autonomia fu abbastanza rapido. C’era stata una
“goliardata” l’anno avanti quando un gruppo di giovani sambenedettesi,
al seguito di Ennino Di Genova, aveva invaso gli uffici dell’anagrafe
comunale per porta via le carte riguardanti la frazione. Gesto inutile
perchè, nella fretta, le carte portate via risultarono non valide ai
fini dell’assunto, ma comunque fu un segnale a cui porre qualche
attenzione. Utili, invece, furono l’abbondante documentazione e le
continue pressioni di un comitato operativo. Il 5 settembre 1945 il
Consiglio dei Ministri approva la delibera che riconosce alla frazione
di San Benedetto l’autonomia dal Comune di Pescina; il 7 settembre viene
emesso il decreto legislativo che sancisce l’elevazione di San
Benedetto a Comune autonomo. Nelio Cerasani e Sebastiano Simboli, che
erano in trepidante attesa nella sala d’aspetto, vengono raggiunti
proprio dal vice presidente Brosio il quale pronuncia lapidariamente una
espressione che ha il senso della parola solenne nei momenti che si
fanno storia: “E’ fatta”.
Per il felice soddisfacimento dell’antica aspirazione dei
sambenedettesi, occorreva, tra l’altro, il parare della Giunta comunale
di Pescina. E la Giunta comunale – di nomina prefettizia e non di
elezione – era composta da Giambattista Barbati, sindaco; Sebastiano
Simboli, per la frazione di San Benedetto; Mauro Marchionne, per la
frazione di Venere. In una carrellata conversativa col prof. Simboli,
questi mi ha raccontato un toccante gesto di Giambattista Barbati. “Mi
prese le mani tra le sue e disse: il mio parere è favorevole e San
Benedetto avrà l’autonomia. Auguri”. Non poteva essere diversamente. I
“padroni del vapore” del passato regime avevano sempre osteggiato la
richiesta dei sambenedettesi. Al rapporto tra Pescina e San Benedetto è
dedicato il saggio “Storia morale ed amministrativa del Comune di
Pescina” di Francesco Ippoliti, pubblicato nel 1926, nel quale viene
elencata la sequela delle rapine e degli atti corruttivi ai danni della
frazione. Giambattista Barbati riscatta i torti contro la frazione. Egli
è l’uomo dei valori democratici, della libertà, dei diritti delle
comunità locali, In quanto comunista, era stato cacciato dalle FF.SS.,
isolato, perseguitato. Il parere favorevole all’autonomia, espresso in
forma ufficiale come voleva la procedura,, era quindi una testimonianza
di coerenza con le proprie idealità.
Con questi eventi alle spalle, San Benedetto dei Marsi, elevato a Comune
autonomo, affrontò, nel clima della riconquistata democrazia, il
battesimo elettorale. La campagna elettorale fu serrata, vivace, ma
sostanzialmente corretta e civile. Tra i temi della sinistra, quello più
coinvolgente risultò essere il richiamo alla condizione contadina e
alla esigenza di regolare i conti con Torlonia. La parola d’ordine: “Il
Comune in mano al popolo e non alle cricche corrotte” sortì l’effetto
sperato. Evocammo, naturalmente, la figura di Domenico Spera, ucciso nel
1944 a Ortucchio nel corso della occupazione di una azienda di
Torlonia; il sogno di una Italia democratica e repubblicana; la speranza
popolare in una società più giusta e più pulita; la liquidazione di
tutte le negazioni praticate dal fascismo. I risultati furono esaltanti:
il Sole nascente della lista di sinistra vinse le elezioni: Io
ripartiti per l’Aquila in quanto “funzionario di partito” presso la
Federazione Comunista, e Arturo Blancodini, contadino duttile e
intelligente, fu eletto sindaco.
Romolo Liberale
Sul destino dell’ex ARSSA
CI SARA’ QUIETE DOPO IL DE PROFUNDIS?
Si è sempre detto che una iniziativa politica, una misura legislativa, un intervento tecnico, mentre rompe un equilibrio che appare obsoleto, ne crea un altro a cui guardare con vigile attenzione se non si vuole rendere il nuovo peggiore del vecchio. E questo vale anche per la “mandata in pensione” dell’ARSSA e per la legittima preoccupazione che dentro il nuovo equilibrio qualche ingranaggio non giri nel verso giusto. Certo, vista la situazione congiunturale nazionale che paghiamo duramente ogni giorno, ogni iniziativa volta al risparmio sarebbe ottima: l’ARSSA, in quanto Agenzia Regionale, fu espressione dei momenti di abbondanza con le sue duplicazioni di strutture dell’Organigramma quali l’ufficio ragioneria, l’ufficio amministrativo, l’ufficio legale, l’ufficio del personale e quant’altro. Nei momenti di ristrettezza, però, una riorganizzazione volta al risparmio, avrebbe dovuto operare non già la soppressione dell’ARSSA, i cui compiti sono fondamentali per il territorio marsicano e abruzzese, ma avrebbe dovuto operare con una trasformazione da Agenzia Regionale a Struttura Speciale per la Regione sicchè, come le altre strutture già esistenti, potesse continuare a svolgere al meglio i propri compiti, con conseguente risparmio sulle duplicazioni.
Ho qualche riserva, tra l’altro, in merito all’emendamento della sinistra proposto e non approvato) che chiedeva il trasferimento al Consorzio di Bonifica delle funzioni dell’ARSSA relative alla gestione e manutenzione delle opere idrauliche del Fucino. Ciò perchè il trasferimento di queste funzioni al Consorzio di Bonifica, avrebbe comportato il rischio di trasferire dal bilancio regionale alle “saccocce” dei contadini gli oneri finanziari per la gestione e la manutenzione delle opere idrauliche del Fucino. Mi riferisco, naturalmente, alle opere che erano ancora di competenza dell’ARSSA, cioè le opere di bonifica primaria (collettore centrale, cinte, galleria del Salviano), in quanto quelle secondarie sono già state trasferite al Consorzio di Bonifica, ai Comuni, alla Provincia. Allora, trasferendo anche le opere primarie, quando il bilancio regionale non lo avrebbe più permesso, sarebbe accaduto che il danaro necessario per la gestione e la manutenzione delle opere primarie nel Fucino avrebbe avuto la forma di una nuova gabella per i contadini, ormai divenuti proprietari, visto che il Consorzio di Bonifica ha capacità impositiva, cioè può mettere le tasse.
L’emendamento cui faccio riferimento non ipotizzava alcuna forma di salvaguardia dei coltivatori perchè gli assegnatari della Riforma conseguita alle lotte contadine del 1950-51, in quanto titolari di aziende agricole, sarebbero stati costretti a pagare quanto loro imposto dal Consorzio di Bonifica anche per la gestione e la manutenzione delle opere primarie nel comprensorio. In altri termini, si sarebbe profilato il pericolo di far pagare ai contadini divenuti proprietari dedell’ex feudo torloniano, le quote “condominiali” per il “condominio” del Fucino.
Sotto l’Imperatore Giustiniano II, le casse dello Stato erano sofferenti per le lunghe guerre con gli Slavi, i Persiani, gli Arabi, i Bulgari e non vi dico quanti altri. In quei lontani tempi la grande proprietà terriera era in forte regressione. Lo Stato Bizantino, allora, favorì le piccole proprietà terriere tutelandole anche con una legge agraria detta “Nomos georgikos” che sta per Consuetudini dell’Agricoltura. I contadini, pertanto, divennero, sì, proprietari terrieri indipendenti senza nessun obbligo nei riguardi di alcun signore, ma divennero anche i principali contribuenti dello Stato Bizantino. E’ proprio vero che la storia si ripete: i contadini del Fucino si sono affrancati da Torlonia, ma per proseguire a lavorare le proprie terre, avrebbero dovuto pagare di tasca propria la gestione delle opere idrauliche della bonifica.
Giahaghir, illuminato sovrano di Moghul lo aveva detto già nel XVII secolo con alto senso di responsabilità rispetto ai suoi sudditi: “Il primo ordine che ho dato è quello di allacciare la Catena della Giustizia perché il cittadino, tirandola, possa attrarre col suo rumore la nostra attenzione e far giusto ciò che giusto non è”. Oggi la Marsica ha più di una ragione per tirare quella ideale Catena della Giustizia per denunciare, col suo rumore, quanta ingiustizia, quanti disagi, innanzitutto quanti maggiori costi comporterà per la nostra comunità la scellerata decisione del governo di gettare nel vorace contenitore dei tagli anche il Tribunale di Avezzano.
La lettera aperta al Presidente della Repubblica dell’avvocato Renato
Simone, delinea, con giusto allarme, i danni principalmente di ordine
economico e sociale che l’improvvido provvedimento cucinato nelle
blindate “stanze dei bottoni” farà ricadere sulla Marsica e dintorni che
già hanno, in fatto di difficoltà economiche e disagi sociali, un
carico di affanni di peso notevole. L’allarme, già latente dopo le prime
avvisaglie, è salito di tono dopo la documentata e tuttavia rispettosa
“lettera aperta” dell’avvocato Simone. Vi sono, e non è difficile
captarli, maggiori costi diretti e maggiori costi indotti dovuti ad una
decisione che ha come disinvolto parametro quello di un illusorio
risparmio da ottenersi con tagli da accetta. Non so dire se nella
iniziativa del governo l’ignoranza prevalga sulla cattiveria o
viceversa. Non è una questione di dimensione culturale o morale. E’,
invece, una seria questione politica che si esprime in una misura
amministrativa. Discernimento politico e saggezza amministrativa
insegnano che qualsiasi decisione che ridimensiona un servizio dovuto
costituzionalmente ai cittadini, non fa che concorrere ad allontanare i
cittadini stessi, destinatari di quei servizi, dalle istituzioni. E
questo rappresenta, tra i costi indotti, il più grave, il più insidioso,
il più lacerante perché, a sua volta, concorre ad indebolire il tessuto
democratico su cui è fondato lo Stato di Diritto.
La Marsica ha già raccolto l’appello alla mobilitazione: anche questo è
uno di quelli anelli dei presidi democratici i quali, se attivati
responsabilmente, fanno della partecipazione popolare una delle più
preziose componenti di uno Stato che si vuole civile, eticamente vigile,
vicino ai cittadini i quali vogliono, come dice la Costituzione,
partecipare alle scelte che riguardano il normale svolgimento della
propria quotidiana vita di relazione.
“Gesù fate luce” – conclude Renato Simone nel suo appello. Per dare
senso allo stimolo mobilitativo, dopo il “Gesù fate luce”, tiriamo forte
la Catena della Giustizia che volle il sovrano del Moghul, facciamo
nostra perché un giorno, a misfatto compiuto e meditando la firma sul
quel provvedimento che ci umilia, non ci si ritrovi a leccarci le ferite
e a ripeterci con amarezza le parole di Sofocle: “Triste la mano che
lascia mostri di infamia illesi”.
Lei mi chiede di dire qualcosa di sinistra e io, ricercando tra le più alte e illuminate categorie di pensiero, voglio servirmi di una limpida espressione di Milan Kundera: “L’ottimismo è la virtù degli oppressi”. E così ho detto qualcosa di sinistra e attendo qualcuno che mi dimostri che gli oppressi sono a destra. Mi sia consentito anche di sottolineare che nella società di oggi, e come risultato della gestione capitalistica del “destino” dell’uomo, esiste un immenso esercito di uomini ridotti “a metà” se è vero che l’uomo, come dicono i saggi, sarà quello che il lavoro l’avrà fatto. Voglio intendere che quell’esercito di uomini è preda in parte del cosidetto “maldilavoro” e in parte del “nonlavoro”: negate il lavoro all’uomo o confinatelo in un lavoro precario, condizionato, flessibilizzato, interinato, ricattato come vogliono gli eroi del pensiero unico e i sostenitore del cestinamento istituzionale dell’art.18, e avrete un uomo “fatto a metà”, ridotto, se non completamente distrutto. E così ho detto un’altra cosa di sinistra. Mi scusi la banalizzazione, ma se lei pronuncia la parola padrone e io pronuncio la parola lavoratore, lei ha detto una cosa di destra e io ho detto una cosa di sinistra; se lei mi parla di ceti dominanti e io le parlo di ceti subalterni, lei ha detto una cosa di destra e io ho detto una cosa di sinistra; se lei sostiene che sono le armi, i bombardamenti a tappeto, l’uso di bombe all’uranio impoverito, la minaccia di bombe atomiche tattiche a regolare i rapporti tra le nazioni e tra i popoli e io le dico che sono le accortezze diplomatiche, la capacità di comprendere le ragioni dei deboli, l’intelligenza del dialogo, la rinuncia alla pretesa di essere i padroni dell’universo a garantire un mondo di pace, lei ha detto qualcosa di destra e io ho detto qualcosa di sinistra. Insomma, per non farla troppo lunga, se lei mi parla degli arroccati nei privilegi, negli egoismi del potere e io le parlo semplicemente degli emarginati, degli affamati, dei senza-voce, lei ha detto qualcosa di destra e io ho detto qualcosa di sinistra. Per semplificare le dico che il pensiero di sinistra non ha solo demarcazioni di classe, ma anche immensi spazi ideali, culturali, etici.
Finanche nel campo religioso è possibile discernere quel che è di destra
da quel che è di sinistra. Se lei pronuncia la parola cardinale e io
dico preti di campagna, lei ha detto qualcosa di destra e io ho detto
qualcosa di sinistra in quanto mentre i “suoi” conoscono agi e privilegi
e indossano vesti di buona stoffa, si adornano di gemelli, croci e
lacci d’oro, vivono nelle comodità, frequentano persone di riguardo e di
potere, godono di tutto ciò che comporta il titolo di eminenza e non
disdegnano di dirsi principi della chiesa, i “miei” poveri “don” di
paese conoscono gente umile, vittime di ingiustizie e privazioni, sempre
emarginati, spesso dimenticati, ridotti alla condizione di maledetti di
tutti tempi. E questi, ne hanno coscienza o meno, sono gente di
sinistra.
Ed eccoci alla sua domanda chiave: “Qual è, secondo lei,
l’odore o la puzza della sinistra?”. La risposta è direttamente
correlata alle considerazioni di cui sopra. Per maggiore chiarezza,
voglio dire che ancora, dopo tutto quello che è accaduto e che Moretti
ha rappresentato abbastanza eloquentemente – intento dire quel che è
accaduto col centro-sinistra al governo del paese e al governo della
regione – persiste una certa confusione. Ai due vertici non vi è stata
una sinistra, ma un centro-sinistra che aveva dentro più centro che
sinistra e, qualche volta, scimiottamenti di destra. La sinistra,
invece, quella vera, cercava di tenere alta la bandiera dei valori e
della dignità, di pensieri e gesti che legittimano l’essere di sinistra.
Gli atteggiamenti di sufficienza, di arroganza, del “lasciami lavorare”
al governo e alla Regione Abruzzo non hanno – e non possono avere per
via della assoluta incompatibilità di contenuto e di forma sul piano
culturale, politico, etico – legittimità di sinistra. In questo risiede
la puzza di una sinistra che sinistra non è, anche se si ammanta di una
denominazione prestigiosa e pulita che tante speranze popolari raccoglie
e lievita. Per quanto mi sia adoperato nel cercare qualcosa che abbia
effluvi di profumo e una incidenza positiva nel conflitto sociale, non
trovo aliti odoriferi in quella pseudo-sinistra che abbiamo sperimentato
nella compagine governativa e regionale. Le reticenze, quando non
proprio smarrimento e confusione, rispetto al pernicioso processo di
globalizzazione capitalistica, hanno finito con l’appesantire il respiro
di gran parte delle giuste ragioni contestative. Per fortuna, il
pensiero di sinistra più autentico e illuminato, ha saputo portare nelle
piazze del mondo i segni di una contestazione la quale, prima di essere
politica, è culturale e morale. In un mondo dove ogni giorno milioni di
uomini, per lo più bambini, muoiono di fame mentre dall’altra parte
dilagano i profitti, la ricchezza, i privilegi, sono colpevoli i
silenzi, e sono insensati e collusivi. Siamo arrivati al punto che si
mobilitano giornali, emittenti radiotelevisive, tavoli agli angoli di
strade e piazza, raduni e dotte conferenze, per rivendicare la
legalizzazione della droga. Abbiamo così quella versione “strabica”
della sinistra italiana che si chiama centro-sinistra, che non trova
modo di proclamare a voce altissima – per dirla con Saramago – che prima
di pensare a legalizzare la droga, si deve provvedere a legalizzare il
pane se è vero, come è tragicamente vero, che la morte per fame ha
raggiunto indici apocalittici. La sfida vera nel mondo di oggi sta in
questo conflitto che impegna sempre più chi si dice di sinistra a
caricarsi delle ragioni delle moltitudini emarginate e reclamanti spazi
di dignità materiale e spirituale. Se quelli che si definiscono di
sinistra a parole, ma nella condotta politica vanno a confinare in una
sorta di rincorsa a destra, non solo si aprono a pericolosi
inquinamenti, ma consegnano alla storia pagine che talvolta scadono
nello sconcerto e nella ignominia. E la puzza, in tal modo, diviene
ammorbante.
Mi consenta di dire – e lo dico con garbo e
convinzione – che quando lei mi chiede di paragonare la sinistra
abruzzese “a qualcosa o a qualcuno”, non so se interpretare la sua
richiesta come una innocente impertinenza o una maliziosa provocazione.
Se dovessi paragonare quella sinistra abruzzese imparentata col centro a
qualcosa, direi che la storia è piena di gente che presume di conoscere
il mondo, mentre dimostra solo di conoscere appena il proprio
orticello. Le grandi correnti di pensiero che oggi, in tutti i
continenti, si scontrano sul destino dell’umanità, non hanno trovato in
Abruzzo la dimensione “domestica” nell’azione politica e amministrativa.
Vi sono, nel destino dell’uomo, grandi cose che acquistano valore
quando si traducono in incisivi gesti politici nell’ambito della
competenze in cui si è chiamati ad operare. Su una serie di “cose”, in
Abruzzo questo non è avvenuto perché chi si è sentito “troppo in alto”
aveva perso i contatti con chi sta “troppo in basso”: e questi - cioè
quelli in basso - sono quelli che non dimenticano. Se poi, come lei mi
chiede, volessi paragonare la sinistra abruzzese “a qualcuno”, la prima
immagine che mi viene in mente è quella di certi personaggi i quali, in
momenti di rinsavimento, amano esclamare: ”Lo sapevo io!”. E questo si
chiama il senno di poi. Ci capita sovente, quando si incontrano amici di
sinistra che hanno qualche difficoltà a chiamarci o a farsi chiamare
compagni, che ascoltando qualche nostra critica seraficamente
rispondono: “Non posso darti torto, ci sia di lezione”.
Lei mi dice di concludere. E io così concludo: sì, vi sia di lezione, ma
fate in modo che la lezione non duri troppo e, innanzitutto, che il
rimedio non sia peggiore del male.
Le crescenti preoccupazioni per il destino dello Zuccherificio di Celano, richiamano alla mente contesti ed aventi in rapporto ai quali presero vita le “creature industriali” strettamente connesse con le vocazioni agronomiche del territorio. Così avvenne all’inizio del secolo appena trascorso quando, utilizzando gli stimoli del più antico Zuccherificio di Rieti, fu saggiata la vocazione bieticola del Fucino ed ebbe inizio la coltivazione della barbabietola nella terra emersa dal lago prosciugato. In considerazione del ricco titolo polarimetrico (titolo zuccherino della bietola), fu costruito lo Zuccherificio di Avezzano che tenne alto il livello della coltivazione bieticola del Fucino su cui Casa Torlonia costruì buona parte delle sue fortune economiche. E’ triste vedere oggi quell’austero impianto industriale - che per oltre mezzo secolo, come ci trasmettono le attente monografie sulla Marsica, fu il simbolo della presenza industriale nel nostro territorio – ridotto a spettrale immagine di quel gioiello che fu e di cui nessuno si
occupa, sia pure per offrire alle nuove generazioni un importante “documento” di archeologia industriale. Risale invece agli anni ’60 del secolo scorso la nascita dello Zuccherificio di Celano. Complesse sono le ragioni della nascita del secondo zuccherificio del Fucino. Ricostruiamone i tratti salienti. Nel 1959, a sei anni dalla riforma fondiaria, il Fucino è in preda ad una agitazione che presto si trasforma in una esplosione di collera collettiva. Ad aggravare la situazione interviene il decreto dell’On. Mariano Rumor, ministro dell’Agricoltura, che, in applicazione del regolamento comunitario nel settore bieticolo-saccarifero, impone la limitazione della coltivazione della barbabietola da zucchero. La risposta dei contadini non si fa attendere. La mattina del 15 marzo, a migliaia, dopo aver manifestato nei propri paesi, affluiscono con i loro trattori ad Avezzano, si radunano davanti la sede di quello che allora era chiamato Ente Fucino, e chiedono di trattare con la Direzione. Nessuno è disponibile per ricevere una delegazione di contadini. La rabbia popolare è al colmo. Avuta l’insultante risposta, i contadini travolgono il cordone di polizia e carabinieri ed occupano gli uffici dell’Ente. La stampa, la radio, la televisione parlano della “rivolta delle barbabietole”. Solo allora vengono avvertiti che una delegazione può partire per Roma dove, presso il Ministero dell’Agricoltura, si svolgono le trattative che segnano una clamorosa vittoria dei contadini: essi possono seminare il quantitativo di bietole secondo i piani colturali predisposti e tutta la produzione eccedente il decreto Rumor verrà ritirato dall’Ente per farne non zucchero, ma, essiccata, componente nel mangime per bestiame. L’impegno governativo, pur adottato come fatto i emergenza, rivela con quanta imperizia e cecità si interviene nella difficile situazione del Fucino. Basti pensare che, per la costruzione degli essiccatoi, che rimasero in funzione per una sola stagione, furono investiti (la voce pubblica diceva “bruciati”) all’epoca, ben 800 milioni di lire.Visto il fallimento della infelice trovata degli essiccatoi, i contadini riprendono l’agitazione con la parola d’ordine: “Non essiccatoi per le bestie, ma una nuova fabbrica per lo zucchero ai cristiani”. Si realizza una nuova vittoria del movimento contadino. Nel 1961, la Direzione dell’Ente Fucino firma un accordo con un gruppo privato e inizia la costruzione dello Zuccherificio di Celano. I contadini salutano la costruzione del secondo zuccherificio del Fucino come una conquista altamente positiva e ciò per due motivi: primo, perché la presenza di un secondo zuccherificio può agire come elemento condizionante nei confronti del gruppo saccarifero legato al nome di Torlonia; secondo, perché una industria di trasformazione in cui è presente anche il capitale pubblico, consentirebbe di stabilire, insieme a rapporti contrattuali più favorevoli ai bieticoltori, intese proficui sul piano produttivo basato su un corretto rapporto tra settore agricolo e settore industriale. Ma questa duplice aspettativa dei contadini viene sostanzialmente disattesa. La prova più clamorosa di ciò si ha negli anni 1963-64,65 quando i contadini sono costretti a dure lotte per rompere l’”alleanza di ferro” che i due zuccherifici stringono per continuare l’antico taglieggiamento basato sulle ruberie nella tara, nei gradi polarimetrici, nell’applicazione coattiva di un contratto nazionale di chiara ispirazione padronale. Ma l’anno 1965 segna anche la rottura del patto anticontadino dei due zuccherifici e si apre per la bieticoltura del Fucino un periodo relativamente sereno. Quel periodo sta per chiudersi. La chiusura dello Zuccherificio di Celano rappresenta, insieme ad una umiliazione delle generose lotte dei contadini sostenute per mezzo secolo, un colpo irreparabile alla economia fucense in quanto verrebbe a cadere una delle storiche “colonne” delle nostre produzioni: grano, patate, barbabietole. E ciò nel momento in cui già i produttori hanno notevoli difficoltà nel settore delle altre produzioni tipicamente orticole su cui la crisi va assumendo dimensioni preoccupanti. Crediamo che, ipotizzare una ristrutturazione industriale che prevede la chiusura dello Zuccherificio di Celano, è una tale scelleratezza che, mentre liquida una fabbrica conquistata con una larga partecipazione popolare, condanna a morte un settore produttivo, quello della barbabietola, che è stato, per produzione per ettaro e titolo polarimetrico, l’orgoglio dei nostri contadini.
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